lunedì 9 febbraio 2015

ACRONIMI SICILIANI (PARTE SECONDA ossia IL GIORNO IN CUI INVENTAI LA RUOTA)

Scende la notte, inesorabile, su Enne. Si', Enne nel senso di N, non ho composto un refuso trasformando in plurale femminile il nome di Enna, dalla quale per fortuna siamo distanti. Ma siamo distanti vieppiu' da Tieffe, stiamo appunto attraversando Enne ora che cala la notte, dieci chilometri di errore zaino in spalla e forse per questo siamo confusi. Per questo, per la precedente notte di merda, per il vino bevuto, per la rivelazione di se' fatta dal gruppo di P durante la notte di merda, e per, non ultimo, il full imersion al VdP - due mesi di fila, io personalmente impegnato con Zeta nella costruzione di un tetto. Il VdP e' casa, mi assorbe, e' una carta assorbente, io sono liquido, insomma adesso che ne son fuori scorro. Scorro per le strade di Enne deserta, le strade sconosciute che salgono e poi scendono, e noi scendiamo a naso, ché mica lo sappiamo dove andare. Non di preciso, comunque. L'indicazione ottenuta qualche ora fa dice, uscite a est, prendete a sud, e al cimitero svoltate a destra. Detto fatto. Al bivio del cimitero c'è una macchina ferma. Sapete qualcosa di Tieffe, chiediamo. Certo, qui su per circa tre chilometri, e poi cosi' e poi cosi' e poi cosi'. Ci avviamo per "qui su". E un'ora dopo piantiamo le tende sotto un uliveto. Siamo esausti,se ne parla domani.
Adesso invece, come promesso, faccio penitenza e racconto di quando inventai o scoprii dato che era gia' stata inventata, la ruota. Fu una sera di luna piena, e a proposito, e' quasi piena la luna anche stasera che ci arrampichiamo da Enne a Tieffe, ma che conta - e invece conta, perché quella sera, quella della ruota, pensai qualcosa e a qualcuno, come presto mi ricapitera' di pensare, ma ancora no, ancora non lo so, mentre monto la tenda e mi faccio divorare dalla trombicola autunnalis (cos'è? un acaro. il resto lo scoprirete da voi andando in campagna quand'è tempo). Quello che so e che ricordo mentre mi si conficcano nella pelle le belle teste dell'acaro ingenuotto e kamikaze, e' che sono li' su quella strada per aver inventato la ruota, ossia per aver risolto in maniera creativa un problema tecnico di edificazione del tetto - oh certo, miliardi di tetti al mondo dalla notte dei tempi, ma mica li ho fatti tutti io. Io che ne so di tetti, io devo ricominciare daccapo, e' gia' tanto se non devo inventare la sega e lo scalpello. Insomma, la sera in cui inventai la ruota non inventai proprio la ruota, ma un sistema per mettere a livello le assi e un altro per coprire la struttura in costruzione, una casa in balle di paglia autoportanti per la quale, se tetto non c'è e nemmeno puo' esserci finché non lo costruisci, il caso non e' di prendere pioggia. Ma inutile spiegare la ruota che inventai, bastera' dire che la inventai,  fu al termine di una settimana di tribolazioni comuni tra me e Zeta patite e che fece ancor piu' di Zeta il mio fratello, e che ci esalto' in quella sera di soluzione e vittoria, nella quale, giunto il crepuscolo, corremmo saltando alla parte del campo dove c'è Tendacucina per un meritato litro di vino e conseguente cena. Quando scendevo dal tetto, dove come il barone rampante vivevo da un po' - mattina pomeriggio fino a sera - in genere m'ero perso gran parte degli eventi che si susseguivano al VdP, dico al VdP che sta a terra, lontano tre metri dal tetto. L'evento di quella sera, nella quale andavo abbracciando tutti dicendo - ho inventato la ruota - era l'arrivo di un camminatore, che chiameremo I, il quale mi parve subito un bravo ragazzo, zaino in spalla, e che Zeta invidio', perché si', avevamo inventato la ruota, ma gli anni passano, e perdersi zaino in spalla per le strade del mondo diventa un miraggio per chi agogna sognarsi vela al vento. La luna sorgeva dunque, piena. La luce argentava gli amici e i compagni, e io gioivo di tutto. E pensai che di tanta felicita', ecco il pensiero a cui poco piu' su accennavo, una parte certo apparteneva anche alla mia prima compagna - di vita, chiaro, non di fede politica che di quelli pochi ne conto - con la quale partimmo insieme secoli or sono e chissa' come se la passa adesso. 
Un fuoco si accese nell'aia del VdP. Bevemmo. Mangiammo. E I, che e' in effetti un bravo ragazzo, ci parlo' per la prima volta di Tieffe. 
Ce ne saremmo ricordati di quel racconto, il mese successivo, a tetto quasi ultimato, io Y e Zeta. E vuoi per la curiosita', vuoi per uscire dalla carta assorbente, vuoi per la felicita' che sentivo quando ne sentii parlare la prima volta, vuoi per reazione alla notte di merda... eccoci accampati sulla via di Tieffe, dove forse domani arriveremo e dove adesso mi dovete lasciare perché ho una frana in un muro che devo riparare. 

7 commenti:

  1. penso che andare verso un luogo di cui non si sa neanche se esiste e come potrà essere è la più grande invenzione. è l'emozione dell'avventura pura.

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    1. perdendo le rotelle si inventano tante ruote.

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  2. seguire il nulla è vivere...è la vita...e c'è chi lo sente e chi invece non se n'accorge...

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    1. in realta' seguo un programma ben preciso, e per il resto lavoro. questo mi piace chiamare vita.

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  3. anch'io seguo programmi precisi..ma..sarà il periodo negativo...al di là di tutto vedo il nulla....

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    1. mi salva la dimensione del qui e adesso. paradossalmente lo stato di "salute precaria" aiuta.

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  4. ...ti aiuta a concentrarti sull'attimo... a non perdere di vista ciò che puoi e vuoi fare...viviamo di sensazioni e gli stati d'animo ci influenzano in modo forte.

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